sabato 29 dicembre 2007

Le cose rimandate

In ogni fase della mia vita, direi pure in ogni momento della giornata ci sono una serie di cose che avevo programmato di fare ma che sistematicamente rimando a dopo, buona parte di queste va a finire che bene o male le compirò comunque anche se con ritardo ma c'è sempre qualcosa che mi trascino oltre ed è come se aspettassi le condizioni migliori, quali sarebbero poi queste condizioni migliori, neanche me lo chiedo perché so che è una bugia, così cercherò di auto giustificarmi ad esempio smontando le motivazioni che mi hanno spinto a programmare quella certa cosa che adesso non mi va più di fare.
Ci si prepara per sostenere un esame e avuto il materiale da dove studiare la prima cosa che si fa è una bellissima scaletta che dice: "da giorno x a giorno y studiare da pagina x a pagina y..." dopo neanche una settimana i ritardi si moltiplicano e con essi spesso anche i sensi di colpa! Adesso sono molto più libero cosa posso fare di costruttivo per impiegare il mio tempo, do una sistemata alla mia stanza? Ok ma quando, oggi... ma non è urgente meglio domani e domani mi manca la voglia e dopo domani manca il tempo e così via c'è sempre qualche pizzico di qualcosa in meno che serve per realizzare i miei programmi. Non che sia una cosa cronica e fra l'altro non mi è mai costato gravi conseguenze però questa tendenza l'ho sempre notata, ovviamente ci sono sempre le priorità, gli affari improcrastinabili e su quelli c'è poco da discutere. Alla fine di quest'anno faccio un piccolo bilancio di tutte le cose che ho rimandato e chissà se troverò il modo di recuperare dei propositi che ormai sono proprio fuori tempo massimo e chissà se nell'anno che verrà sarò più onesto con me stesso e mi darò soltanto scadenze che sono capace di mantenere, ma vorrei provarci a partire da oggi.
Cos'ho oggi in programma? Rispondere alle email di due miei cari amici che mi hanno scritto giorni fa, Annalisa ed Herbert. Perché ho rimandato? Perché non voglio scrivere le solite due righe di circostanza ma una bella email piena di affetto e cose da raccontare. Quando è il momento migliore? Ora: 10:07
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martedì 25 dicembre 2007

Una poesia di Ungaretti per chi passa da qui



Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare


NATALE - Napoli, il 26 dicembre 1916


domenica 23 dicembre 2007

Come le farfalle

Le vedi sul ciglio della strada sempre indaffarate a portarsi sulla testa carichi pesanti a volte legname per cucinare, altre volte giare piene d'acqua per dar da bere alla propria famiglia, acqua potabile e sicura riempita anche a chilometri di distanza. Non si riesce a scorgere neanche il più piccolo segno di fatica o sofferenza sul loro viso eppure il lavoro è duro, il peso è tutto sulla colonna vertebrale e bisogna tenere la schiena dritta e camminare con passi regolari muovendo il meno possibile il collo in modo che la testa sia sempre perpendicolare al terreno e lo sguardo sempre di fronte.
Le donne indiane sono silenziose, fanno quello che devono e lo fanno senza aprire bocca conoscono benissimo i loro compiti e li sentono come una missione, devono badare alla famiglia crescere con amore i figli, i propri e spesso anche quelli dei parenti stretti e rispettare il marito.
Come in tutti i paesi in via di sviluppo neanche in India la donna ha raggiunto una parità con l'uomo ma è quello che si legge sui libri perchè a girare per le città non sembrerebbe che le donne non siano rispettate, certo fanno lavori a volte duri come quegli degli uomini, come portare pesanti carichi o spaccare pietre per riparare una strada, però c'è rispetto, portano le moto, mai le auto e spesso hanno incarichi importanti, in pochissimi paesi occidentali il presidente della repubblica è una donna e per di più straniera. E' anche vero che i maltrattamenti e le discriminazioni non le si vedono andando in giro per strada tuttavia per quanto possono essere radicate certe idee e condizioni in India vige uno stato di diritto che tutela le donne così come succede in qualsiasi stato occidentale.
Fanno parte del paesaggio; si prova una certa ammirazione nel notare che pur nella povertà esse mantengono una evidente eleganza e pulizia, nei vestiti, nei modi di curare il proprio aspetto, saari sempre in ordine e puliti, veli che nelle situazioni più critiche copriranno i capelli per ripararli dalla polvere della strada.
Stanno sempre avvolte il quei tessuti coloratissimi a volte a colori sgargianti a volte a tinte più tenui, il saari non è un indumento ma soltanto una striscia di stoffa che viene piegata attorno alla vita e al busto creando dei drappeggi come la tenda di un elegante salotto. Un tessuto che copre molto le forme ma che lascia nudo il busto, unica parte che sarà mostrata anche nei contesti più austeri come nei luoghi sacri. Racchiuse in quelle stoffe colorate sono come le farfalle che stanno avvolte ancora nelle loro ali piegate dentro il bozzolo, appena prima di schiuderle ed alzarsi il volo.




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venerdì 7 dicembre 2007

Paradiso terrestre

Il Kerala è quel luogo dove la natura è così benevola con chi vi abita che ogni caratteristica sembra studiata appositamente per fare star bene i suoi abitanti siano essi uomini animali o piante. La vegetazione neanche a dirlo è rigogliosa e ogni specie non è soltanto un ornamento ma un dono prezioso, alberi da frutta, ananas, cocco, banane, foreste intere di palme da cocco e banane, canne da zucchero in quantità tali da poterne anche sprecare qualcuna per sgranocchiare la polpa dolce e succosa. Enormi alberi di tamarindo, coltivazioni di caffè e una grande varietà di the, arbusti di the che sembrano un tessuto elastico che aderisce perfettamente a sinuose colline e dolci pendii.
Chili, pepe, vaniglia, mostarda, ginger, sandalo e ogni tipo di pianta aromatica alcune molto rare e pregiate con cui si producono diverse qualità di churry. Distese di riso a perdita d'occhio interrotte solo da foreste selvagge e protette. E poi ancora coltivazioni di alberi della gomma molto redditizie, tutte piante che non servono soltanto a gratificare la vista ma anche il palato e il portafogli, coltivazioni che non richiedono chissà quali cure e fatiche per l'uomo perché sono piante che anche spontaneamente sono molto produttive. La gente vive di agricoltura, fa una vita semplice ma dignitosa e soprattuto nessuno patisce la fame. Il clima è quanto di più gradevole ci si può aspettare, anzi è difficile per chi è abituato alla stagionalità concepire 25/30° costantemente per tutto l'anno, in Kerala non c'è estate e non c'è inverno, l'unica alternanza sarà quella di una stagione delle piogge seguita da una stagione secca, ma mai alluvioni disastrose e mai gravi siccità che causano dei guai al raccolto.
Forse un occidentale potrebbe non gradire un clima tanto clemente perché è legato sentimentalmente al suo inverno rigido fatto di piumoni, caminetti accesi e il Natale con il paesaggio che si imbianca, così come all'estate con le sue le spiagge gremite e tutte le altre immagini piacevoli, ma chi ha sempre vissuto in un luogo dove non serve faticare per proteggersi dal freddo o dal caldo e non serve neanche stressarsi in auto per andare al lavoro e non è necessario mettere in mostra chissà quale tenore di vita per sentirsi delle persone rispettabili penso che difficilmente quella gente cambierebbe la sua vita con quella di un occidentale.




Difficilmente una foto può rendere giustizia allo stupore che si prova nel trovarsi al centro di una coltivazione di the grande centinaia di ettari
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mercoledì 5 dicembre 2007

Bangalore

Penso che il sogno segreto di ogni viaggiatore sia quello di riuscire in poco tempo a fare una sintesi della vita e dei luoghi che ha visitato da archiviare nei ricordi grazie a qualche album che si mostra agli amici come fosse un trofeo di caccia.
Alcuni hanno il buon senso di non dirlo ma sotto sotto lo pensano, a quelli più spocchiosi invece gli senti dire chiaramente "Io ci sono stato, so cosa vuol dire vivere come vivono....", conoscere i costumi e la mentalità di un paese al pari delle persone che ci sono nate e vissute da sempre, è una mera illusione.
Ad esempio quando si visita una località di uno stato lontanissimo al proprio, l'errore più facile che si può commettere è quello di fare di tutta l'erba un fascio, pensare che quella località visitata possa con buona approssimazione rappresentare l'intero stato in cui si trova. Io ho passato un paio di settimane in una città indiana e pensavo di essermi fatto un'idea precisa di come è fatta l'India e di come sono fatti gli indiani, poi visito Bangalore e mi tocca smontare buona parte delle idee. Mi sposto di appena 1000 km a sud e mi tocca ricominciare daccapo: il paesaggio è diverso, il clima è diverso, il cibo, la lingua, il colore della pelle e la fisionomia dei visi della gente, lo stile di vita, tutto diverso, non di tantissimo ma se le differenze le nota anche l'occhio del turista viene per la prima volta in India vuol dire che ci sono e sicuramente saranno ancora più evidenti agli indiani.
Bangalore è una città cantiere; si costruisce ovunque e in tutto il caos da "lavori in corso" ci si possono trovare quartieri che ricordano Nagpur con mediocri palazzoni popolari senza nessuna idea originale accanto a quartieri che sembrano portati qui da una metropoli statunitense, grattacieli di vetro e lussuosi hotel con portiere in divisa davanti l'ingresso e poi ancora a qualche centinaio di metri discariche a cielo aperto con persone uccelli, cani, scimmie ed altri animali a caccia di qualche residuo commestibile.
Il problema di una descrizione è in tutti i casi quello di circoscrivere con precisione l'oggetto a cui si riferisce. Se dicessi che l'India è caotica e sporca mi sbaglierei perché mi sto riferendo ad un territorio immenso e invece probabilmente questa mia convinzione l'ho maturata vedendo soltanto una o due città. L'India è come una persona che non si conosce: all'inizio tutto sembra complicato e si procede con cautela poi qualcosa comincia a diventare famigliare e si prende confidenza ma è quando si ha la certezza di avere capito chi hai di fronte che questa fa qualcosa che proprio non ti saresti mai aspettato e allora occorre pazienza e rivalutare ogni cosa.



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martedì 13 novembre 2007

Nel paese delle meraviglie

"...quando dal nulla un coniglio bianco con gli occhi rosa le passò accanto correndo a tutta birra. Niente di veramente insolito in ciò, ne ad Alice sembrò del tutto fuori dal comune che il coniglio diceva fra sè e sè: O cielo che ritardo siamo già nel terzo millennio! (Quando poi ci ripenso le venne in mente che avrebbe dovuto meravigliarsene, ma sul momento tutto le sembrò cosi' naturale)"





E' strano che scendendo dall'aereo l'aria faccia uno certo tanfo, come di fogne o zolfo, qualcosa di sgradevole ma indefinito? Certo che lo è! Ancor più se gli aereoporti sono zone ben ventilate e fuori dalle città, però che fare.. pazienza non mi va di stare a rifletterci su più di tanto, il viaggio è stato lungo e trovarsi con un'altra temperatura e ad un'ora del giorno che non coincide coi miei ritmi mi ha disorientato.
Poi esci dal terminal e fuori c'è molto traffico, il sole picchia forte, la puzza adesso è insopportabile, è strano? Non tanto anche in una città occidentale con traffico intenso c'è quell'odore nauseante dei fumi di scarico. Eppure le auto sono pochissime e il traffico è solo di lambrettini a tre ruote e rishiò sui cui pedali si alzano uomini magrissimi che spingono forte per portare 3 o anche più passeggeri chissà dove. Certo è strano, come è strano che in una sola città abitanto tanti abitanti quanti ce ne sono in una intera nazione europea, ma piano piano tutte quelle stranezze diventano "accettabili" come per Alice divenne accettabile vedere un coniglio bianco che non solo andava di fretta ma che poteva sentirlo lamentarsi di essere in ritardo.
Così anche per un turista occidentale diventa accettabile che le mucche non si trovano soltanto nelle campagne a pascolare ma che fanno parte del paesaggio cittadino perché le vedi gironzolare nel traffico tutti i giorni, o come è accettabile farsi lunghe passeggiate per boschi tanto rigogliosi ma con una fauna e flora talmente sconosciute da sembrare aliene.
Il ministero del turismo indiano lanciava mesi fa una campagna promozionale il cui slogan era "Incredible India" ed è proprio vero che agli occhi di un occidentale alcuni aspetti del mondo indiano possono apparire "incredibili" perchè talmente distanti dalla nostra realtà che si fa tanta fatica anche solo ad immaginare.
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domenica 11 novembre 2007

Punto 0

C'è uno stato grande quanto un interno continente e i suoi abitanti pur nella diversità condividono tutti gli stessi usi e costumi la stessa storia lo stesso orgoglio nell'appartenere alla più grande democrazia nella storia dell'uomo. Sono un popolo pacifico, sono poveri ma la delinquenza è a livelli che qualunque stato occidentale neanche sogna di raggiungere, nella loro lunghissima storia pur trovandosi su una terra ricca di risorse e spesso depredata da invasori stranieri non hanno mai fatto grandi guerre eccetto le poche in cui si sono lasciati trascinare e l'unica a cui hanno partecipato in massa che è stata una guerra non violenta. Non condividono la stessa lingua ne la stessa religione e neppure le stesse caratteristiche somatiche eppure si sento tutti solidali gli uni con gli altri, tutti appartenenti ad una stessa grande famiglia.
E più o meno al centro del loro immenso continente-nazione si trova una città che non ha nulla di speciale al di là della sua particolare posizione geografica, la prendono come punto di riferimento per calcolare tutte le altre distanze: la chiamano Nagpur che vuol dire la città delle arance , il punto zero di tutte le più grandi vie di trasporto indiane.





La colonna che si vede in fondo e' stata eretta per indicare il punto da cui si misurano tutte le distanze fra le piu' grandi metropoli dell'intero continente
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martedì 23 ottobre 2007

Cento volte in un anno

Ho appena cliccato per la centesima volta sulla voce "Nuovo post"! Non so dirti di preciso cosa voglia dire e perché continuo a farlo, del resto è lo stesso interrogativo che mi ponevo la prima volta che scrivevo, succedeva più o meno l'anno scorso e davvero non è cambiato nulla.
Perché decido di scrivere quello che penso? A chi mi rivolgo? Che sia una rivincita nei confronti di tutte le persone che non mi danno nessuna occasione di esprimere ciò che sento? Una risposta alla cattiveria e all'insensibilità di chi non è capace di fare una proposta del tipo: sediamoci un po' accanto, ti ascolto. Comunque se la prima volta scrivevo solo per chiedermi che senso avesse questo blog adesso lo faccio soltanto ringraziare te e quanti hanno avuto la voglia di passare da queste parti per la pazienza di leggere; a tutti quelli che hanno lasciato i loro commenti ma anche a tutti quelli che non l'hanno mai fatto: grazie di cuore! Nei giorni a venire farò un bel viaggio andrò in un piccolo villaggio dell'India starò via per poco più di un mese, vorrei tanto scrivere le mie impressioni anche da lì ma non so se ne avrò la possibilità di sicuro appena tornerò sentirò il bisogno di parlartene, a presto!


lunedì 22 ottobre 2007

Bandiera bianca

In una partita a scacchi la fase finale è sempre la più difficile a prescindere dalla posizione in cui ci si trova, lo è sia per il giocatore che ha la vittoria in pugno sia per chi ha il difficile compito di evitare la sconfitta.
Chi è in vantaggio infatti si trova ad avere l'arduo impegno di fare le mosse migliori per mettere con le spalle al muro l'avversario e dare lo scacco matto, se la superiorità di pezzi e di posizione non è così marcata le cose si possono facilmente complicare al minimo errore e una partita che si sentiva in pugno può subire un ribaltamento a causa della perdita anche di un solo pezzo.
Di contro chi è in svantaggio anche se è pur vero che non ha nulla da perdere perchè potenzialmente ha già perso in quanto si trova in una condizione di sudditanza ed è inevitabile che non fa più un gioco di attacco ma di difesa, nonostante ciò, sente che anche il minimo errore può innescare una serie di mosse che lo portano allo scacco matto. Riguardo a questo c'è un giochino che si trova a volte inserito nelle pagine enigmistiche di qualche rivista o quotidiano, ci sta disegnata una scacchiera con i vari pezzi e in alto una frase che di solito fa così: "Il bianco muove, matto in 3 mosse" ciò vuol dire che qualunque mossa fa il nero, se il bianco fa le 3 mosse giuste ha vinto la partita. E' questa la situazione che crea quella tensione da fine partita, da un lato c'è il nero deve evitare di cacciarsi in un tunnel senza uscita e dall'altro il bianco che deve "indovinare" le giuste mosse per costringere il nero in un ideale vicolo cieco.
Se chi è in svantaggio vuole evitarsi questa piccola agonia ma dimostrando così di non avere oltre che coraggio neanche rispetto per l'avversario può scegliere la resa, da una lieve spintarella al suo re e questo cade, il gesto che sancisce la fine della partita. E' una mossa scorretta almeno io l'ho sempre considerata così per tanti motivi; perchè non si da la possibilità al giocatore in vantaggio la soddisfazione della vittoria meritata e come se non si volesse riconoscere il suo vantaggio. La resa è un gesto da codardi ma anche da arroganti, è come dire a chi è in vantaggio: te la do vinta perchè non ho più nessuna intenzione di vederti dominare la scacchiera ma ti assicuro che se mi impegnassi potrei metterti in difficoltà. E' lo stesso sentimento che spinge un dittatore sconfitto al suicidio l'azione che compie chi non ha più la voglia o le energie per lottare.
Un po' più nobile ma altrettanto scorretta è lo scegliere di perdere i tutti i pezzi volutamente e restare soltanto col re, per chi è in vantaggio sicuramente è un comportamento che innervosisce, però almeno ha un senso non è solo un modo per accorciare la durata della partita ma può essere un buon sistema per puntare alla patta per stallo, ovvero quella situazione in cui un re non ha più la possibilità di muoversi perché andrebbe sotto scacco, e per chi pensava di avere già vinto un pareggio vale quanto una sconfitta.
In altre situazioni alzare la bandiera bianca può essere un gesto di umiltà un modo per dire: io mi arrendo, non scappo ma ti voglio dire con tutto il cuore che non sono capace di riuscire a compiere questa cosa e ho deciso di mettermi da parte. Si sa, le sconfitte bruciano pur tuttavia la sconfitta può essere una buona opportunità per dimostrare la propria nobiltà d'animo.
La bandiera bianca che si usa per indicare la resa deve avere un significato, forse il bianco è il colore di chi non ha più niente da dire; quella neutralità che indica all'avversario che può bastare così che non si ha più niente da dirgli. Un po' come alzare le mani in segno di resa è lo stesso messaggio come dire: non sto usando più alcun arma quindi non solo sono vulnerabile alle tue armi ma non sono più nelle condizioni di attaccarti. Tutte le volte che mi sento sconfitto davanti ad una situazione, è dura da accettare, però col tempo anziché fuggire si può imparare anche a dare dimostrazione di rispetto e comprensione.





domenica 21 ottobre 2007

REM - Le prove del sogno

Negli ultimi cento anni si sono fatti grandi passi avanti nella conoscenza della fisiologia delle cellule nervose e oramai c'è poco da scoprire su come una cellula nervosa comunica con tutte le altre. L'assone di calamaro gigante (chi l'ha mai visto un calamaro gigante? Eppure ogni libro di fisiologia riporta questi esperimenti, mah... che sia un solo calamaro gigante che si è fatto il giro dei vari laboratori, da morto? Chissà che odore!?!) è stato prediletto per lo studio della conduzione nervosa, grazie agli elettroliti disciolti nella circolazione sanguigna le cellule regolano il loro transito attraverso le loro pareti semipermeabili, un flusso di ioni Sodio si accoppia a un flusso contrario di ioni Potassio il risultato è una depolarizzazione della membrana cellulare che al pari di una piccolissima scarica elettrica transita alla cellula adiacente attraverso delle propaggini chiamate assoni.
Il cervello non è altro che un immenso ammasso di cellule nervose e pur conoscendo i meccanismi di base del loro funzionamento esso rimane l'oggetto più misterioso dell'intero universo, questo perché è difficile spiegare fenomeni come la memoria, i sentimenti o la coscienza del sé, sapendo che alla base di tutto c'è una cosa così semplice come l'impulso nervoso.
A dire il vero anche in questo senso sono stati fatti passi da gigante, la memoria ad esempio si sa che si forma quando un percorso sinaptico viene usato più di frequente e questo produce delle connessioni più efficienti, per cui bisogna pensare il cervello come un ammasso di cellule molto dinamiche che in funzione degli stimoli che ricevono producono nuove connessioni e ne disfanno altre.
Poi si può anche creare una mappa delle zone che si attivano in base a ciò che il cervello sta facendo per cui si parla di una corteccia visiva, uditiva, eccetera; anche se proprio grazie alla plasticità una mappa del genere subisce delle grandi variazioni col tempo, si è visto ad esempio che in chi ha avuto un danno in uno degli organi di senso, il cervello si rimodellerà in funzione di questo danno, per cui in un cieco la corteccia visiva sarà via via meno sviluppata e il suo volume sarà invaso ad esempio dalla corteccia uditiva.
Un altro meccanismo che si conosce bene è quello del riflesso condizionato facendo precedere un evento da un certo stimolo sensoriale il cervello dopo un po' al percepire di quello stimolo si preparerà all'evento accoppiato ad esso.
Ma c'è ancora tantissimo da fare; funzioni evolute tipiche del cervello umano e di pochissime altre specie sono ancora poco note, la coscienza del sé ovvero la capacità di riconoscersi come individui distinti e separati, l'idea dell'Io in altre parole, ancora non si capisce bene in che modo possa generarsi e perché è prerogativa soltanto dell'uomo, del delfino e dello scimpanzé che guarda caso sono notoriamente gli animali più intelligenti rispetto a tutti gli altri.
Un altro grande punto interrogativo sono i sogni, che siano stati fatti dei passi avanti sulla loro interpretazione non vuol dire che sappiamo bene a che servono e perché il cervello spreca così tante energie per compierli.
Si è visto ad esempio che se qualcuno viene svegliato appena prima di sognare quando poi lo si lascia dormire le fasi del sogno sono molto più lunghe del normale, come se l'organismo avesse bisogno di recuperare.
Il sonno può essere facilmente suddiviso in varie fasi e durante la fase in cui avvengono i sogni succedono delle cose piuttosto curiose, tanto per cominciare si attiva un sistema che paralizza la muscolatura scheletrica al fine di impedire movimenti potenzialmente dannosi (ed è ciò che nei sonnambuli funziona male) mentre i muscoli del bulbo oculare cominciano a funzionare e questo fa muovere freneticamente gli occhi anche sotto le palpebre chiuse: la così detta fase R.E.M. (rapid eyes movement)... per cui se si vuole conoscere il momento esatto in cui una persona sta sognando basta avvicinarsi appena e osservare le palpebre.
Qualcuno ha avuto la presunzione di trovare dei significati più profondi, più o meno discutibili, però ancora nessuno è stato in grado di dire con certezza a cosa serve sognare almeno soltanto dal punto di vista fisiologico. C'è chi ipotizza che il cervello è una macchina così complessa che ha la necessità di rimanere sempre il funzione anche quando il corpo riposa, altrimenti come nel caso del coma potrebbe subire dei danni: falso. Ad esempio durante la meditazione si possono indurre con delle tecniche relativamente semplici degli stati di profonda quiete riscontrabili con un elettroencefalogramma (con cui si misurano le onde cerebrali) simile agli stati di coma eppure i meditanti ne escono illesi, anzi chi pratica con assiduità ne ricava anche molti altri benefici .
Comunque sia chi sogna se ricorda ciò che ha sognato parla spesso di esperienze intense vissute in prima persona come se avesse vissuto una seconda vita cominciata quando la sera prima chiudeva gli occhi e finita la mattina appena li ha aperti.




venerdì 19 ottobre 2007

U2 - Volare alto

Sul finire degli anni '50 la guerra fredda e nella fattispecie la corsa a sviluppare armi sempre più potenti ed efficienti cominciava ad avere dei risvolti degni delle migliori menti paranoiche. Gli Usa sapendo della tecnologia atomica URSS avevano l'assoluta necessità di conoscere se e in che modo potevano subire un attacco atomico, informazioni necessarie da un lato per elaborare piani di emergenza in grado di mettere al sicuro i centri nevralgici del comando militare e politico (tutt'ora attivi come il Norad o l'Air Force One) dall'altro per mettere a punto strumenti di spionaggio sempre più sofisticati e, in tempi in cui i satelliti spia erano ancora delle idee irrealizzabili, il modo migliore per spiare erano sicuramente gli agenti segreti e gli aerei spia.
Le caratteristiche più ovvie che deve avere un aereo spia sono la capacità di fotografare/registrare qualsiasi dato significativo sul suolo nemico e possibilmente non essere abbattuto o scoperto. Per fare questo si possono percorrere due vie: fare un aereo capace di volare così in alto oppure così veloce da essere invulnerabile all'intercettazione e all'abbattimento.
L'U2 è l'apparecchio dell'USAF che in quegli anni svolse egregiamente il compito di portare un pilota ad una quota mai raggiunta fino ad allora e riportarlo sano e salvo assieme ai preziosi dati catturati sul territorio nemico.
Il problema tecnico è che ad altissime quote l'aria è così rarefatta che causa due inconvenienti: una ridotta efficienza del profilo alare che non è capace di produrre una spinta portante sufficiente causando lo stallo anche ad alte velocità e in secondo luogo una ridotta propulsione dei motori che per funzionare hanno bisogno di bruciare, come tutti i motori a scoppio, una miscela di carburante e ossigeno e alle quote raggiunte dall'U2, superiori ai 27 km l'ossigeno è un centesimo di quello presente al suolo.
L'U2 risolve egregiamente entrambi i problemi adottando un ala lunga senza freccia simile a quella di un aliante e adottando un motore che a quelle altezze attiva un sistema di compressione del flusso d'entrata che minimizza l'effetto della quota. Paradossalmente l'unica cosa di cui si doveva preoccupare il pilota era di non stare producendo una scia di condensazione tipica delle giornate fredde e umide, così di tanto in tanto dava un occhiata negli specchietti retrovisori montati appositamente per tale scopo, sarebbe stato il colmo che proprio un'aereo progettato per non essere visto sporcava il cielo con una vistosa scia bianca!
Dapprima l'Urss a causa della sua inferiorità tecnologica non ebbe neanche il sospetto di essere spiata per il semplice fatto che non aveva nessuno strumento in grado di rilevare un apparecchio a quelle quote. Ma le cose cambiarono presto e negli anni successivi fu in grado di rilevare e intercettare gli U2 ma non ancora di abbatterli in quanto gli intercettori più potenti i Mig-25 non riuscivano comunque a raggiungerlo neanche con le loro armi. Neanche a dirlo tutto ciò fece salire la tensione fra le due superpotenze; nel '59 il presidente russo intimò che le ricognizioni spia cessassero immediatamente, questo innescò un deterioramento dei rapporti che culminò nel '62 con la grave crisi diplomatica legata al dispiegamento di testate atomiche russe sul suolo cubano.
L'U2 fu una pietra miliare dell'aviazione; il primo aereo in grado di volare nella alta stratosfera che si pensava fosse già oltre il limite raggiungibile. Politicamente fu considerato lo strumento che gioco un ruolo cruciale durante tutta la guerra fredda. Entrambe le superpotenze stavano elaborando armi atomiche con l'intento di sferrare un attacco definitivo all'avversario, ma la consapevolezza che avevano i russi di essere controllati anche se creò tensione ridusse sicuramente lo sviluppo degli strumenti offensivi in favore di sistemi difensivi e di controspionaggio. Per di più la grave crisi del '62 anche se fece seriamente temere l'inizio delle ostilità, mise davanti agli occhi dei due presidenti e del mondo intero lo scenario sconfortante di un pianeta sconvolto da un olocausto atomico che non avrebbe fatto alcun vincitore e questo sicuramente servì da deterrente contro lo scellerato piano di attacco atomico su vasta scala.
Volare in alto può servire a due cose, umiliare una persona che mi ha ferito, un modo cattivo per dirle: - Sono così superiore a te che neanche mi vedi, ma io vedo te nella tua piccolezza e meschinità. E come i russi non l'hanno presa bene a stare fisicamente sotto gli americani che gli scattavano delle foto dall'alto, subire un comportamento simile non deve essere piacevole neanche nelle relazioni personali.
Ma può vuole dire anche prendere le distanze da un problema che mi assilla, mettendomi in un punto di vista privilegiato quel problema che mi sembrava enorme adesso assume un aspetto diverso, si è ridimensionato diventando quasi insignificante.





mercoledì 17 ottobre 2007

Sul Vangelo di Mc 11, 24



Si sciolgono i dubbi ad ogni respiro,

vanno via le idee:

c'è altro da fare,


hai altro da fare.


Quello che non t'ho mai chiesto

qui ed ora

io ti chiederò.

Mi ascolti:

mi esaudisci. (*)





(*)
Quella vecchietta cieca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse: - Se la strada nun la sai,
te ciaccompagno io, ché la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò 'na voce,
fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce…
Io risposi: - Sarà … ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede …
La cieca allora me pijò la mano e sospirò:
- Cammina!

Era la Fede.

(Trilussa)
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lunedì 15 ottobre 2007

Il momento di agire

Cosa fanno milioni di persone quanto sentono che c'è qualcosa che non va? Tanto per cominciare cercano di dirlo alla restante parte dell'umanità.
Qual'è il mezzo di comunicazione più libero e dinamico che esiste in questo periodo? Internet. Qual è lo strumento più semplice per esprimere le proprie idee e comunicare tutto ciò che si vuole senza censure o controlli di alcun tipo? Il blog!
E' il momento di agire. Sul tema dell'ambiente e dei cambiamenti climatici non è rimasto molto da dire, solo qualche conferenza per selezionare le migliori proposte e far avvenire al più presto una inversione di rotta, nient'altro che questo.
Qualche mese fa scrivevo che le conseguenze dell'inquinamento, la più grave è il riscaldamento globale sono sotto gli occhi di tutti e chi lo nega è solo qualche "studioso" corrotto dalle solite lobby che non ci guadagna nulla a far cambiare le cose. Le conseguenze sono imprevedibili perchè l'ambiente in cui ci troviamo è stato dimostrato che si comporta come un immenso organismo vivente per cui se una parte di esso subisce un'offesa questa si ripercuote su tutto il sistema.
La buona notizia è che sappiamo cosa sta facendo del male al pianeta, questo vuol dire che la cura è semplice, la cattiva è che fin'ora i governi non hanno dimostrato questo grande interesse a mettere in atto questa cura.
Oggi chi cura un blog è stato invitato a parlare di tematiche ambientali, penso che parlare di un problema sia il primo piccolissimo passo per trovarne la soluzione.




mercoledì 10 ottobre 2007

Impermanenza

Tanto è falso che cose e fenomeni saranno uguali a se stessi per un tempo infinito quanto è vero il contrario, ovvero niente dura per sempre e sempre allo stesso modo, questo vuol dire che se proprio non smette di esistere se non altro si trasforma in qualcos'altro.
L'impermanenza si porta dietro un alone di tristezza, i più la vivono come un'ingiustizia che ogni cosa anche la più bella prima o poi ha una fine. Un seme conservato in un posto che lo protegge rimane uguale a se stesso anche per molto tempo, ma c'è poco da fare arriverà il giorno che ciò che lo contiene si romperà e cadrà sulla terra e allora il seme forse non scomparirà in senso letterale, ma smetterà di essere un seme perché si sarà trasformato o in un germoglio oppure sarà ammuffito, si sarà decomposto e le sue sostanze si libereranno nel suolo.
Non c'è niente di triste se pensiamo che l'avvicendarsi di nuovi individui sui vecchi è un requisito indispensabile dell'evoluzione, se così non fosse ogni specie sarebbe ferma alle prime fasi della sua esistenza.
E non c'è motivo di provare rammarico se non siamo riusciti a mantenere in vita anche le amicizie più sincere. Quando penso a tutte le persone a cui ho voluto bene e adesso non ho più la possibilità di dimostrarlo ecco che affiora quel velo di malinconia, ma non ho niente di cui rimproverarmi ho dato il massimo quando potevo e questo mi basta. D'altro canto non ho mai pensato che fosse opportuno tenere in vita amicizie con persone ormai distanti; inopportuno e anche triste perché è tipico di chi non vuole accettare l'idea che la vita cambia e cambiano le condizioni affinché noi possiamo fare del nostro meglio, come dice Samuele Bersani in una sua famosa canzone "...piccolissimo particolare t'ho perduto senza cattiveria".
Questo non vuol dire che i sentimenti di affetto che ho provato ad esempio per i miei compagni di liceo siano scomparsi del tutto, sento che resta qualcosa dentro che è difficile eliminare completamente, non che sia eterno ad un certo punto andrà via anche questo sottile legame, però c'è qualcosa che mi fa sussultare tutte le volte che mi capita di incontrare un volto noto ed è quella cosa che mi spinge a parlare con gente che non vedo da molti anni come se avessi continuato a frequentarli tutti i giorni come un tempo.
Giorni fa ho visto un bellissimo film di un regista italiano: si chiama Paolo Sorrentino e il film si intitola "Le conseguenze dell'amore", ad un certo punto Sorrentino che è anche lo sceneggiatore fa ragionare il protagonista in un modo a me molto familiare.
Suo fratello gli chiede:

- Te lo ricordi Nino Giuffrè il nostro vicino di casa?
- Certo che me lo ricordo!
- Eravate amici da piccoli no?

- E' il mio migliore amico.
- Ma perchè lo vedi ancora?
- No, non lo vedo e non lo sento da venti anni.
- Bhè allora... allora è un po' arduo definirlo il proprio migliore amico, no?
- E invece lo è!
- Ho capito! E' il tuo amico immaginario, come quello che hanno i bambini? Quello a cui racconti le cose che non racconti a me, le dici nella tua testa, è bello...
- Senti Nino Giuffrè è il mio migliore amico e basta!
Quando si è amici per una volta lo si è per tutta la vita
- Ma che cazzata!
- Va be' comunque ti stavo dicendo, la settimana scorsa ho incontrato la sorella di Nino Giuffrè, lo sai che cosa mi ha detto?
- No, cosa?
- Che non vive più a Salerno, lavora per l'Enel, su una montagna del Trentino Alto Adige, ripara le linee. Sai quando ci sono le tormente e va via la luce... ecco lui si arrampica sui piloni e ripara le linee, pure di notte col vento il freddo e il gelo... (*)


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(*)

" Una cosa sola è certa, io lo so.
Ogni tanto in cima ad un palo della luce
in mezzo a una distesa di neve
contro un vento gelido e tagliente
Nino Giuffrè si ferma,
la malinconia lo aggredisce
e allora si mette a pensare
e pensa che io Titta Di Girolamo
sono il suo migliore amico."
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sabato 6 ottobre 2007

Sempre e per sempre

E' impossibile concepire uno spazio infinito o una grandezza infinita e la situazione non è diversa quando ci riferiamo al tempo. Per questo se vogliamo essere coerenti con noi stessi e totalmente sinceri con gli altri dovremmo cancellare dal nostro vocabolario la parola sempre o per sempre, perchè è inconcepibile che un qualunque evento duri per un tempo infinito e non servono grandi osservazioni per accorgersi che è così.
Del resto basta chiedersi con che criterio attribuiamo un valore alle cose; un'auto è di valore quando non si rompe facilmente quando cioè non subisce il degrado dell'usura, i gioielli sono di valore perchè sono incorruttibili, l'oro ad esempio è uno dei pochi metalli che non subisce nessun tipo di degrado dovuto al tempo. Di riflesso anche le persone quando vogliono fare bella figura si lasciano andare a promesse solenni piene di "per sempre" o di "mai"; forse non è così difficile essere sinceri, già è più onesto dire "fin tanto che sono in vita" e così ho escluso un numero infinito di anni, ma anche su questa formula si potrebbe avere da ridire; come potrei mantenere una simile promessa è ridicolo! E' ridicolo perchè non ho la minima idea degli eventi che potrebbero smentirmi e come potrei mai garantire che una mia azione rimanga uguale a se stessa per un tempo così lungo? Semmai posso promettere che farò il possibile per mantenere sempre uguali i miei propositi, semmai posso confermare che col passare del tempo sono riuscito a non cambiarli, ma una promessa?
Una promessa è una promessa e se non dipende totalmente da noi riuscire a mantenerla allora è più onesto non farla. L'oro non si ossida come gli altri metalli non si annerisce e non occorre pulirlo, un monile d'oro sembra restare uguale a se stesso anche per migliaia di anni eppure neanche quello dura per sempre, semplicemente dura fin tanto che non si verificano delle condizioni capaci di trasformarlo in qualcos'altro, dura fin tanto che persistono le condizioni che gli permettono di stare sotto quella forma, ma nessuno può dire quando queste muteranno.

Secondo De Gregori
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venerdì 5 ottobre 2007

1 + 1 + 1 + 1 + . . . . .

Una goccia di sangue (diciamo 25 microlitri per essere precisi) contiene oltre 12.000.000.000 di globuli rossi, circa 4.750.000 piastrine e non meno di 150.000 globuli bianchi, sono numeri infiniti? Certamente no, sono numeri enormi ancor più se vogliamo farci un'idea di cosa contengono i 6 litri di sangue ( = moltiplicare il tutto per 160.000) che ci scorrono nelle vene, ma non certo infiniti. Eppure se do retta un matematico quello mi dice che può calcolare quante cellule ci sono in una goccia di sangue con un integrale ovvero divide quella quantità un numero "infinito" di volte.
Siamo degli infiniti! Nel senso che siamo composti da un numero infinito di parti, perchè infinito? Perché non saremmo mai capaci di quantificarlo con precisione, un po' come le stelle del cielo. Forse infinito perchè tutte le volte che utilizziamo uno strumento più potente otteniamo un numero sempre più grande. Le strade verso l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande stranamente sembrano seguire le stesse dinamiche. Alcuni uomini volevano sapere di cosa sono fatti, allora guardarono al microscopio ottico una goccia del loro sangue e scoprono che contiene un numero enorme di piccole cose le chiamo "piccole celle". Si ma cosa contengono queste piccole celle? Adesso usano un microscopio molto più potente, a scansione elettronica, dentro le cellule c'è un numero enorme di strane strutture e altri piccoli organelli ma anche strani filamenti, proteine e tutta una serie di membrane a doppio strato. Sono molecole, gruppi di atomi legati fra loro con una struttura ben precisa. Atomo: ovvero una cosa che non si può dividere, allora siamo arrivati giusto? Sbagliato, fanno scontrare un atomo contro un altro che succede? Si rompono e vengono fuori una infinità di particelle che chiamano sub-atomiche.
E una cosa simile è avvenuta e sta avvenendo nell'osservazione del cosmo si è cominciato con un piccolo cannocchiale e tutte le volte che si mette a punto un mezzo di osservazione più potente si scopre che lo spazio che ci circonda è sempre più grande e complesso di quello che si pensava.
Siamo degli infiniti perché fatti da un numero infinito di parti, che si muovono in uno spazio infinito perché riesce a contenere un numero infinito di cose.


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martedì 2 ottobre 2007

Ci sono idee inconcepibili, forse non nel senso letterale; tutte le idee possono essere concepite però alcune quando cominciano a farsi strada e a diventare sempre meno sottili lasciano un senso di inadeguatezza tipico di quando si avverte che in realtà c'è qualcosa che non quadra, una di queste è l'idea di infinito. Per carità chissà quanti filosofi ne hanno parlato per non dire che hanno dedicato la loro intera esistenza a questo tema e quanti matematici sono rimasti appagati dalle loro definizioni con le quali hanno cercato di far quadrare di incasellare l'infinito in uno schema mentale facilmente assimilabile ma a rifletterci su non credo che dopo averlo fatto si siano sentiti "la coscienza a posto". Chissà se qualcuno di loro abbia pensato: per un po' nessuno farà altre domande ma tanto lo so anch'io che mi sfugge qualcosa.
In realtà quando si parla di infinito quando ad una certa categoria gli si attribuisce questa caratteristica è inevitabile che "qualcosa vada storto" e sorgono tutta una serie di paradossi su cui a questo punto c'è poco da dire, il problema semmai è accettare il fatto che c'è un concetto che va oltra la nostra comprensione. In alcuni casi l'infinito è una necessità, penso all'estensione dell'universo, come si fa a pensare ad un limite un confine dello spazio oltre il quale "non c'è spazio" a questo punto tra scegliere di spiegare il nulla vuoto e un continuo senza limiti tra i due mali...
Eppure ci sono calcoli matematici che fanno uso dell'infinito più precisamente del calcolo infinitesimale come ad esempio la misura di un'area sottesa a una curva, l'integrale ha messo sempre in crisi il mio ragionamento, perché è troppo difficile per me accettare l'idea che sommando un numero infinito di addendi si ottenga una quantità finita, c'è qualcosa che non quadra, come tutte le volte in cui ci si riferisce a una quantità infinità. Per quanto piccoli siano questi addendi se ne ho un numero infinito alla fine il risultato sarà un infinito. 10 elevato alla -30 ovvero "0,0000..." seguito da trenta zeri e 1 per quanto piccolo, se sommo ad esso numeri altrettanto piccoli ma per infinite volte a occhio e croce per logica dovrei ottenere un numero "astronomico" anzi infinito, queste sono le conclusioni a cui arriva la logia ma non quelle a cui arriva la matematica perché il calcolo di un integrale è sempre un numero finito.
Il calcolo infinitesimale che considera una quantità finita come la somma di infinite parti di grandezza infinitesimale mi fa riflettere su tutte quelle cose formate da unità di dimensioni infinitesimali, o quegli eventi che avvengono grazie al contributo di un numero infinito di piccolissime cause.



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venerdì 27 luglio 2007

Resistere . . .

Anche la capacità di sopravvivere a delle condizioni avverse viene definita sempre dal termine resistenza. Le Hsp (Heat Shock Proteins) o proteine da shock termico vengono prodotte da tutte le cellule, dai batteri fino alle cellule umane, quando si trovano ad una temperatura superiore a quella fisiologica, è l'unica arma che hanno per sopravvivere a condizioni avverse. Le funzioni delle HSP sono molteplici, alcune ancora sconosciute, si sa ad esempio che circondano le altre proteine per evitare che il calore le denaturi e che interagiscono con le cicline per rallentare il ciclo cellulare dato che una divisione cellulare a condizioni così avverse può risultare fatale.
La cellula quindi non ha la capacità di ridurre la propria temperatura né tanto meno di ridurre la temperatura dell'ambiente in cui si trova per questo, l'unica cosa che può fare è tenere duro nella speranza che la situazione ritorni alla normalità.
Anche una persona può imparare a resistere al freddo, al caldo, alla fame, alla solitudine, alle malattie ma non sempre il modo migliore di resistere è quello di entrare in conflitto, di combattere contro la causa del proprio disagio, a volte è meglio assecondarla, farsi passare i problemi sotto come un onda, senza cercare di mantenere i piedi ancorati al fondale rischiando di farsi sommergere e annegare. Mi piace tanto la figura del giunco che sa piegarsi per evitare di spezzarsi, flettersi fino a terra sapendo di poter ritornare in alto, in opposizione a quella di un grande albero con una folta chioma e un tronco robusto che cerca di restare a tutti i costi in piedi rischiando così di essere sradicato o spezzarsi irreparabilmente.
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sabato 21 luglio 2007

Resistere . .

In un metallo tutti gli elettroni che normalmente ruotano attorno al nucleo, sono liberi di muoversi in tutte le direzioni in un flusso caotico che non produce in realtà nessuno spostamento netto di carica. Dato che gli elettroni sono carichi negativamente basta anche una piccola spinta (differenza di potenziale) alle due estmità di un materiale conduttore per generare un flusso netto di elettroni che si spostano tutti ordinatamente da una parte all'altra del filo, si genera per l'appunto una corrente elettronica (o elettrica). E' a questo punto che i nuclei degli atomi del metallo cominciano a opporre resistenza a questo passaggio continuo e questa resistenza produce un aumento dei moti di vibrazione degli atomi stessi cosa che si traduce in un aumento della temperatura del filo di metallo attraversato dalla corrente. E' il principio che viene usato nelle resistenze elettriche contenute in tutti gli elettrodomestici capaci di generare calore attraverso la corrente.
D'altro canto tutti i sistemi fisici oppongono resistenza a una qualunque forza cerchi di modificare il loro stato iniziale, l'inerzia è l'esempio più semplice. Anche le persone hanno una loro inerzia tutte tendono a opporre resistenza a un cambiamento e per quanto si sforzano di essere aperti e avere le più ampie vedute possibili se un evento cambia uno stile di vita, un modo di pensare o semplicemente delle abitudini radicate da anni questo non è mai il benvenuto; forse perchè è molto comodo adagiarsi nelle proprie sicurezze ed è difficile mettersi in gioco e desiderare il cambiamento, stranamente anche quando questo porta a un miglioramento della propria vita.
Come un auto che quando è ferma oppone resistenza a tutte le forze che la spingono per metterla in moto così anche le persone si oppongono a tutte le spinte altruistiche che inducono ad esempio donare le proprie energie a un altra persona a un sofferente o al primo che ne ha bisogno. Ma se c'è chi non riesce a partire c'è anche chi non riesce a fermarsi e non accetta l'idea di una vita senza poter amare qualcuno in particolare o senza poter dedicare parte del proprio tempo agli altri. Sono le persone che hanno ricevuto tanto dalla vita che sentono la necessità di donarsi e l'idea di non essere più nelle condizioni di essere d'aiuto o di non avere mai nessuno accanto da rendere felice, diventa insopportabile.
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giovedì 19 luglio 2007

Resistere

Opporsi a una situazione a una condizione o a una forza, la mia idea di resistenza è quella di un conflitto fra come stanno andando le cose e come vorremmo che vadano. Quando si instaura una dittatura c'è sempre qualcuno che sente il bisogno di resistergli magari uscire di casa e rischiare la vita pur di cambiare una situazione politica umanamente inaccettabile.
La resistenza che fecero i partigiani al fascismo in alcune circostanze prese i connotati di una guerra civile ma fu un evento che cambiò la storia del nostro paese e buona parte della costituzione fu scritta proprio da quegli stessi comuni cittadini che fino a pochi mesi prima venivano definiti dei fuorilegge dal regime, del resto anche a una lettura distratta si possono ancora rintracciare in essa quegli stessi ideali di giustizia e libertà che spinsero quegli uomini a lottare e morire per liberare il paese dalla dittatura.
La resistenza è sempre un conflitto, ma non necessariamente violento; quando Gandhi resistette all'arroganza del colonialismo britannico fu l'inizio del crollo di quell'impero che sfruttava senza alcun diritto le ricchezze di terre lontane e da allora il mondo imparò che è possibile combattere le ingiustizie anche senza l'uso delle armi.
Quando un gruppo ragazzi decise di resistere alla mafia e al racket delle estorsioni riempirono la città di Palermo con dei volantini su cui scrivevano "Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità" a quel punto tutti coloro che pagavano si sentirono chiamati in causa e iniziò un gran parlare su chi poteva aver avuto un coraggio simile in un ambiente sempre soffocato da una forte omertà, così i ragazzi uscirono allo scoperto firmando con nome e cognome quella campagna anti racket e invitarono tutti a fare altrettanto, chiedendo ai commercianti che pagavano di denunciare e a chi non pagava di aderire alla loro campagna di "consumo consapevole" ovvero una specie di riconoscimento che avrebbe invogliato i consumatori ad acquistare maggiormente da chi non pagava il pizzo. Questo e altri stratagemmi che potevano rendere meno difficili le denunce ebbero il loro primi risultati. Fin'ora a distanza di 3 anni dalla nascita di questo comitato si ha la conferma che la cosa funziona e cosa più importante si è visto che la mafia può fare ben poco contro una mobilitazione civile di questa portata. L'ennesima conferma che opporre la propria resistenza alle ingiustizie conviene sempre.


lunedì 16 luglio 2007

Il parto dei canguri

La gestazione dei canguri è un processo piuttosto insolito nella classe dei mammiferi in realtà l'ordine dei marsupiali (methateria) a cui appartengono i canguri si allontana molto da tutti gli altri mammiferi, non hanno delle vere e proprie ghiandole mammarie ma il latte viene secreto da un gruppo di ghiandole sudoripare all'interno del marsupio. La gestazione non può essere totalmente interna perché pur possedendo l'utero, la placenta che sviluppano è sufficiente a portare avanti solo le prime fasi dello sviluppo, é per questo che dopo pochi giorni dalla fecondazione il feto viene partorito per andarsi a sistemare all'interno del marsupio.
E' una fase delicata perché a quello stadio di sviluppo il piccolo canguro è ancora un animaletto di pochi centimetri che deve farsi strada fra la folta pelliccia della madre per un tragitto abbastanza lungo; ovviamente la madre percepisce questo passaggio ed eviterà che qualcosa vada storto. Non appena il feto è dentro il marsupio inizia la seconda e più lunga fase dello sviluppo che durerà non meno di 6 mesi, un tempo in cui il piccolo canguro vivrà dentro il marsupio crescendo grazie al latte della madre; fino a quando non sarà finalmente abbastanza grande per uscire fuori sorreggersi con le proprie gambe.
Pur tuttavia la madre continuerà a prendersi cura di lui per ancora un altro anno; tempo nel quale il piccolo canguro rientrerà spesso e volentieri in quella confortevole tasca materna in cui è cresciuto. Dopo di ciò inizia il vero e proprio svezzamento, una fase in cui la madre smette di dare rifugio e nutrimento al piccolo per educarlo all'autosufficienza.



venerdì 13 luglio 2007

60 anni di matrimonio

La signora Rosalia soffre di insufficienza cardiaca e anche un paio di brevi rampe di scale le causano un forte affanno. Suo marito Francesco, da una vita accanto a lei, riesce a prevedere ogni sua necessità e prima ancora che si presenti un problema lui è lì pronto a fare il possibile per aiutarla.
Non è mai invadente non sono delle gentilezze pedanti che le fanno pesare la sua infermità; dopo oltre 60 anni di matrimonio i due sono sempre capaci di prendersi cura l'uno dell'altra e grazie a ciò essere pienamente indipendenti da una assistenza esterna nonostante i problemi di salute e l'eta avanzata.
Non hanno più bisogno di dirsi grandi cose e con poche parole e gesti semplici riescono spesso e volentieri a scherzare e tirarsi su di morale, combattono la solitudine e continuano una vita fatta di azioni quotidiane ripetute negli anni una infinità di volte. In casa non hanno bisogno di dividersi i compiti semplicemente ognuno fa quello che deve e quando ha finito, se necessario si fa carico del compito dell'altro.


venerdì 29 giugno 2007

Approccio finale

Per un treno, arrivare a destinazione vuol dire soltanto rallentare fino a fermarsi approssimativamente in punto prestabilito. L'auto non si muove su una dimensione ma su una superficie a due dimensioni per questo chi sta al volante deve gestire due velocità quella di avanzamento e lo spostamento a destra e sinistra. L'aereo si muove in uno spazio a 3 dimensioni, questo vuol dire che il pilota deve tenere costantemente sotto controllo almeno 3 velocità quella di avanzamento dando più o meno gas quella di imbardata e quella di discesa con cloche e timone.
Il sentiero di discesa va percorso a velocità ridotta in volo planato vale a dire col muso in su in modo che l'aria incontri le ali con una certa inclinazione (angolo d'attacco). La velocità di discesa è di pochi metri al secondo e raffiche moderate di vento laterale possono essere parzialmente compensate col timone anche se questo può voler dire toccare la pista con le ruote non proprio allineate con la linea di mezzeria della pista. Quando viene raggiunta una quota di poche decine di metri la discesa deve farsi ancora più dolce, se non si vuole danneggiare il carrello le ruote devono infatti toccare il suolo con una velocità di discesa massima pari a 3/4 metri al secondo. A 10 metri d'altezza comincia a farsi sentire l'effetto suolo un fastidioso cuscino d'aria che creano le ali quando un aereo viaggia in volo planato a bassissima quota, in questa situazione l'aria che deflettono le ali verso il basso si concentra sul suolo producendo una pressione sulla pancia dell'aereo e dando al pilota l'impressione di stare galleggiando. Per far si che l'aereo scenda ancora quel tanto per mettere le ruote sulla pista spesso occorre proprio farlo stallare a pochi metri d'altezza.
L'impatto è ammortizzato dal carrello composto negli aerei più grandi da sei file di pneumatici montati su un impianto idraulico che isola la fusoliera dalle vibrazioni causate dalle irregolarità della pista, a volte il ritorno di forza è così intenso da far rimbalzare l'aereo a qualche metro d'altezza, cosa che allungherà di molto l'atterraggio, dato che il mezzo deve riguadagnare al più presto il suolo per iniziare la frenata.
Non appena le ruote toccano terra il sistema automatico di frenata inizia ad agire sulle di esse ma anche sulle ali aprendo alla massima angolazione gli aerofreni e in fine sui motori attivando l'inversore di spinta, una sorta di marcia indietro che in alcuni casi è prodotta da una invertita rotazione delle turbine che in questa situazione prenderanno aria da dietro per spingerla avanti; in altri casi si tratta di una coppia di deflettori che si aprono a cucchiaio davanti gli scarichi in modo da curvare il getto d'aria in avanti.
Se ci si rende conto di essere arrivati lunghi avendo poggiato le ruote non proprio a inizio pista oppure si accusa un guasto grave all'impianto frenante i protocolli di sicurezza prevedono sempre la "riattaccata" ovvero la risalita immediata, manovra molto semplice da eseguire che mette al riparo da eventuali impatti al suolo con altri mezzi o con le strutture di sicurezza a fine pista.



Approccio finale di un Airbus A340 dell' Air France nel caratteristico aeroporto di Maho Beech sull'isola di S.Marteen nelle Antille olandesi




Una raccolta di videoclip che rappresentano bene la difficoltà di un corretto approccio finale in presenza di forti venti laterali
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mercoledì 27 giugno 2007

Allineamento

Dopo aver avuto l'autorizzazione all'atterraggio può iniziare il valzer dell'allineamento in caso contrario ci si mette nel circuito d'attesa che di solito è sopra l'aeroporto.
L'allineamento è una specie di danza fatta di virate, allontanamenti e riavvicinamenti al fine di conquistare una rotta di volo che, se idealmente prolungata coinciderà con la pista d'atterraggio. Le virate sono complesse bisogna tenere conto del fatto che possono essere effettuate con un raggio più o meno stretto cosa che alla fine potrebbe dare la sensazione di stare allineati alla pista ma questa in realtà si trova fuori dall'asse di centinaia di metri. Bisogna avere una buona capacità spaziale, il resto lo fa l'autopilota.
L'ILS o instrumental landing system e un sistema di radiofari montato ormai su tutti gli aeroporti civili che serve a segnalare con esattezza il sentiero di discesa migliore, l'autopilota può essere agganciato all'ILS per guidare in automatico l'aereo sul sentiero di discesa; in alternativa si può manovrare manualmente seguendo le indicazioni dell'ILS, che compaiono su un display dell'abitacolo sotto forma di una croce.
Un'altra difficoltà è la bassa velocità e quota a cui vanno compiute queste manovre, velocità che non deve mai scendere sotto un certo limite per scongiurare il rischio di uno stallo che a questa altezza potrebbe avere conseguenze drammatiche.
Per questo entrano in gioco gli ipersostentatori, delle alette che scivolano fuori dalle ali sia sul bordo d'attacco che di uscita con la funzione di incrementare la portanza e permettere di manovrare il mezzo anche a basse velocità. Con la "biancheria stesa" ovvero con gli ipersostentatori completamente fuori e il carrello estratto il tutto comincia a fare una notevole resistenza aerodinamica e non deve sorprendere che bisogna dare molto gas affinché i motori ritornino a spingere con una certa forza.
L'unico serio problema che può far rinunciare all'atterraggio anche il pilota più esperto è il vento che quando si presenta con intense raffiche irregolari è troppo imprevedibile da gestire e spesso costringe a scegliere una pista che abbia il vento a prua (molto meno pericoloso di quello che soffia lateralmente o da poppa) oppure dirottare l'atterraggio su un altro aeroporto, anche se si è avuta l'autorizzazione dalla torre; l'ultima parola spetta infatti al comandante del volo.



Un volo della KLM in circuito d'attesa su Londra. Si possono osservare gli ipersosentatori estratti
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martedì 26 giugno 2007

Avvicinamento

L'atterraggio è un traguardo, l'obbiettivo di uno spostamento, trovarsi in un punto della terra diverso da quello in cui la si era lasciata, è una manovra complicata e pericolosa, la più pericolosa di tutto il volo.
Spesso già a diverse centinaia di chilometri inizia la discesa, i motori che prima erano a regime di crociera vengono portati ad erogare una potenza lievemente inferiore i passeggeri più attenti possono avvertire un leggero cambio della tonalità e un leggero senso di vuoto appena percepibile dovuto al un cambiamento di inclinazione. Quando l'areo perde quota converte l'energia potenziale immagazzinata durante la salita in energia cinetica che comporta un' accelerazione del mezzo che viene per l'appunto compensata da una ridotta spinta dei motori. La discesa è dolce ma l'aereo deve continuare a mantenere la sua velocità in caso contrario i tempi di volo si allungherebbero eccessivamente visto che già gran parte del tempo viene sprecato durante la salita.
L'aria si fa sempre più compatta e densa il sistema di pressurizzazione comincia a compensare cercando di mantenere una pressione interna quanto più possibilmente costante. All'esterno la pressione dell'aria causa una superiore resistenza all'avanzamento e sotto i 4000 metri l'aereo è costretto a perdere anche buona parte della sua velocità per questo entrano il gioco i diruttori o aerofreni, pannelli che si sollevano dalla superficie alare grazie a dei potenti pistoni idraulici, hanno la capacità di ridurre drasticamente la portanza (la forza che tiene l'aereo in volo) in questo modo il velivolo comincia a scivolare giù di pancia in questa situazione il pilota cerca di tenere il muso su e pur riuscendoci in realtà il velivolo e più in una caduta controllata che in volo. Sono molto utili se ci si accorge che la discesa è stata troppo dolce e ci si ritrova ancora molto alti in prossimità della pista, ovviamente l'ideale sarebbe azzeccare il giusto rateo di discesa e non usarli affatto dato che la sensazione del precipitare anche se dura qualche decina di secondi non è molto gradita dai passeggeri.
Ovviamente sono capaci anche di ridurre la velocità cosa molto utile visto che in fase di discesa può succedere che, pur con i motori al minimo l'aero continui ad accelerare a causa di un elevato rateo di discesa, se si ha del tempo da perdere si può scegliere di scendere disegnando una spirale che si avvita verso il basso è un buon sistema per rende la discesa dolce e non allontanarsi troppo dalla pista oppure più frettolosamente si aprono per una manciata di secondi gli aerofreni, la sensazione è proprio quella di una frenata brusca il mezzo riesce a rallentare anche di 500 km/h in meno di un minuto. A qualche decina di chilometri dall'aeroporto iniziano le manovre più impegnative quelle dell'allineamento alla pista.


A quote e velocità elevate l'aria produce una resistenza così forte che il sistema automatico che controlla i comandi impartiti dal pilota sulle superfici alari riduce l'apertura degli aerofreni per evitare che si danneggino
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sabato 23 giugno 2007

Le cure definitive

Osservando come si presentavano i retinoblastomi, si capì la natura genetica dei tumori e si formulò la teoria della "doppia mutazione". Il retinoblastoma è un tumore dell'occhio molto raro con un incidenza di 1 caso ogni 15.000, per di più presenta una incidenza maggiore negli individui in età avanzata ed è quasi sempre monolaterale; nonostante ciò si osservavano alcune famiglie in cui questa malattia si presentava con una incidenza nettamente maggiore e in questo caso il tumore era spesso bilaterale e colpiva in egual misura tutte le fasce d'eta.
Tutto ciò è stato sufficiente per ipotizzare che chi si trova in una famiglia in cui l'incidenza è più alta evidentemente eredità un qualche gene mutato che induce non tanto il tumore ma la predisposizione a svilupparlo, questo perchè alla nascita questi individui hanno due copie del gene una funzionante e una non funzionante ereditata, in questa situazione basta un evento mutante sporadico che colpisce l'unica copia funzionante che la cellula diventa tumorale. In un individuo con entrambe le copie del gene funzionanti è estremamente raro che in una stessa cellula si verifichino due eventi mutanti proprio su due copie di uno stesso gene, per questo è più facile che ciò si verifichi in età avanzata (perchè c'è molto più tempo e perchè i sistemi di riparazione funzionano peggio) ed estremamente raro che ciò si verifichi in entrambi gli occhi.
Adesso sappiamo che il protoncogene Rb codifica per la pRb un regolatore della trascrizione che è capace anche di regolare il ciclo cellulare nel passaggio dalla fase G1 alla fase S, quando entrambe le copie sono mutate non viene prodotta più una pRb funzionante e il ciclo passa in maniera deregolata sempre alla fase S provocando una neoplasia.
Cosa mi aspetto che faccia un chemioterapico veramente efficiente e che non danneggi le cellule sane? Sicuramente che ripristini la regolazione del ciclo cellulare delle cellule tumorali, si può pensare di ripristinare una copia del gene sano ad esempio, si chiama terapia genica e siamo ancora molto indietro in questo campo, si tratterebbe di introdurre del materiale genetico da noi corretto solo nelle cellule tumorali e farlo includere nel nucleo dove può essere espresso e produrre così la proteina sana.
Oppure si può pensare di progettare una molecola che in qualche modo elimini la disfunzione legandosi soltanto alla proteina mutata sperando che questo basti se non per far morire la cellula quanto meno a bloccarne la sua proliferazione. Ma per fare ciò dovremmo sapere esattamente come funziona questa proteina e con quali altri complessi interagisce. Altra prospettiva può essere quella di indurre l'apoptosi o la necrosi attraverso un chemioterapico sfruttando una qualche differenza a livello di recettori di membrana nelle sole cellule tumorali, le controindicazioni di una simile chemioterapia sarebbero pressoché nulle, dato che in questo modo il chemioterapico entrerebbe soltanto nelle cellule tumorali mentre quelle sane non subirebbero alcun danno.
Non sono prospettive fantascientifiche ma soluzioni concrete a cui molti ricercatori stanno lavorando e con i passi da gigante compiuti negli ultimi 10 anni dalla biologia molecolare i primi risultati si cominciano a vedere. Nel 2001 finalmente è stato messo in commercio il primo chemioterapico di nuova generazione chiamati a target o biologici, si chiama Glivec o imatinib, la sua scoperta fece gridare al miracolo dato che prima d'allora tumori come le leucemie mieloidi croniche che presentavano una pessima risposta alle terapie tradizionali dopo trattamento col Glivec si otteneva una guarigione definitiva nel 96% dei casi, mentre gli effetti indesiderati si limitavano a una lieve sensazione di nausea e lieve tossicità epatica, come gran parte dei farmaci assunti per via orale del resto. Ovviamente neanche a dirlo la Novartis cercò in tutti i modi di fare quanti più utili possibili brevettando in tutto il mondo la sua molecola cosa che ha causato lunghissime battaglie legali ad esempio in India dove lo stato si rifiuta tutt'ora di pagare i diritti per un farmaco salva vita.
Perchè funziona così bene e perchè ahimè non funziona con altri tumori? Semplicemente perchè la molecola imatinib inibisce la funzione biologica (fosforilazione di una tirosina) solo e soltanto della proteina mutata legata a quel particolare tumore, in questo modo le cellule tumorali smettono di comportarsi come tali e riassumono le normali caratteristiche fisiologiche. Ai tempi questi risultati si ottennero quasi per caso mentre una successiva ricerca svelò i meccanismi d'azione, ma adesso si conoscono la stragrande maggioranza dei meccanismi biologici che causano tumori e la ricerca in questo campo è così evoluta che ormai è solo una questione di tempo forse ci vorranno altri cinquanta o cento anni ma non c'è più nessun ostacolo affinchè si elaborino le strategie più efficaci e mirate per la realizzazione di farmaci capaci di curare in futuro una malattia oggi tanto temuta come fosse una qualunque banale influenza.







La nuova generazione
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mercoledì 20 giugno 2007

Dividi et impera

Individua con precisione i nemici, fai in modo che non si organizzino, separarli dagli amici, colpisci con tutta la forza che hai. Già gli antichi romani, duemila anni fa avevano capito che queste sono le regole più semplici per vincere una guerra. Allo stato attuale anche il più efficiente e moderno chemioterapico ignora le prime tre regole eseguendo solo l'ultima e come sa bene chi conosce gli effetti indesiderati della chemioterapia le conseguenze sono spesso pesanti, per fare un paragone potremmo dire che è come voler vincere una guerriglia cittadina usando una bomba atomica. Il veleno che si usa è così potente e così poco selettivo che il dosaggio è una questione che richiede la massima cura e precisione.
Nel nostro corpo ogni giorno vengono uccisi milioni di cellule tumorali è un sistema molto efficiente e selettivo; dato che la deregolazione del ciclo cellulare porta al tumore e alla morte certa dell'intero organismo, la natura ha prodotto degli ottimi meccanismi di autoregolazione interni alla cellula, i quali sono capaci di funzionare fin tanto che qualche agente mutageno non vada a danneggiare i geni che codificano proprio queste proteine di autocontrollo.
Si sa benissimo da anni che il tumore è una malattia genetica e la ricerca si dovrebbe concentrare non tanto alla scoperta del veleno citotossico più potente ma al blocco di quella particolare via biomolecolare "inceppata" che ha indotto le cellule a diventare tumorali; pur tuttavia da anni i tumori si combattono con un mezzo inadeguato e ci si affida ad esso per il semplice fatto che è l'unico che abbiamo. Poi a voler pensar male ci sarebbe un altro motivo; le case farmaceutiche sono delle lobbies potentissime che muovono ingenti quantità di denaro se aggiungiamo che queste speculano sulla vita di milioni di persone tutte le volte che mettono in commercio un farmaco salvavita qualcosa mi dice che l'obbiettivo finale non sia la salute dei pazienti ma il denaro che questi sono disposti a sborsare pur di guarire.
Ovviamente è da irresponsabili sparare a zero sui chemioterapici perchè fin tanto che restano il migliore mezzo che abbiamo siamo obbligati ad affidarci a queste cure ma questo non vuol dire che dobbiamo accettare passivamente tutto quello che ci dicono di prendere senza sapere spesso neanche come funziona; può sembrare assurdo ma a volte succede anche questo: si scopre che una certa molecola è in grado di uccidere le cellule tumorali in misura maggiore delle cellule sane, così iniziano in trial clinici spesso eseguiti in modo da mettere in maggior risalto i risultati positivi e sempre su pazienti senza speranze che fanno di tutto pur essere inseriti nella sperimentazione di una nuova molecola; e nonostante anni di sperimentazione spesso non si riesce comunque a comprendere a pieno il meccanismo d'azione, semplicemente perchè tutto ciò non fa parte delle priorità di questo tipo di ricerche.
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lunedì 18 giugno 2007

La cellula egoista

Le linee cellulari tumorali di laboratorio vengono definite immortalizzate, può sembrare un appellativo fuori luogo ma in effetti fin tanto gli si danno i nutrienti necessari al normale metabolismo queste sopravvivono senza bisogno di particolari fattori di crescita di cui necessitano quelle fisiologiche e diventano quindi delle cellule "immortali" a tutti gli effetti. Una cellula sana che fa parte di un organismo sano ha una durata della vita ben precisa questo vuol dire che andrà incontro a morte fino a nuovi ordini che gli vengono impartiti da una qualche necessità che la inducono ad ulteriori divisioni cellulari, una cellula tumorale invece andrà sempre incontro a divisioni cellulari sempre più frequenti e repentine e questa ignorerà tutti gli ordini di stop, perchè la duplicazione è diventato il suo unico scopo.
Il primo freno che spesso salta è il meccanismo della inibizione da contatto; nella maggior parte delle specie cellulari succede che, nel momento in cui si trovano in uno spazio molto ristretto, il contatto stesso fra le pareti cellulari di due cellule adiacenti inibisce un ulteriore aumento del numero, nelle cellule tumorali questo meccanismo non funziona più e una massa tumorale sotto la spinta della crescita repentina sottrae così spazio alle cellule sane e ai tessuti adiacenti. Ma per crescere servono i nutrienti e l'ossigeno per questo nelle fasi successive la priorità è quella di irrorare di sangue le cellule più interne della neoplasia che quando raggiunge notevoli dimensioni ha la necessità di un maggior flusso ematico; per questo una parziale necrosi delle cellule interne rilascia un fattore di crescita che stimola l'angiogenesi ovvero la formazione di nuovi vasi sanguigni, dirottando così una ulteriore quantità di nutrienti dalle cellule sane alle tumorali.
Tutto è finalizzato ad accaparrarsi quante più risorse possibili e sottrarle alle cellule sane che eccetto rari casi non possono in alcun modo riconoscere le cellule tumorali attaccarle e combatterle perchè riconosciute come se stesse (auto-self). La distinzione dei tumori in benigni e maligni viene fatta solo in funzione della loro evoluzione e capacità di creare metastasi, se le cellule della neoplasia principale sono capaci di staccarsi e andare a colonizzare un altro distretto e un altro tessuto, durante la diagnosi bisogna prendere in considerazione che forse questo è già successo ma che fin ora non lo si può osservare, tutto ciò rende l'asportazione chirurgica una soluzione sicuramente non definitiva ed efficace al 100%.
Per questo si ricorre ai chemioterapici che non sono altro che dei potenti veleni con attività
citotossiche talmente forti da fare piazza pulita di tutte le cellule che ne hanno assorbito una dose sufficientemente elevata, l'unica specificità che hanno sulle tumorali fa leva sull'unica caratteristica che li contraddistingue dalle cellule sane ovvero l'avidità di nutrienti e l'aumentata capacità di divisione cellulare.
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